Too Cool for Internet Explorer
domenica, 15 luglio 2007
Da oggi, nella sezione MP3 potete trovare oltre alle 17 puntate della stagione 1.0 tutti i caroselli di Salva Con Nome, incluso uno mai trasmesso, in esclusiva per voi.
scritto da scn alle ore 11:44 | Permalink | commenti
rubrica:pubblicità, backstage
domenica, 08 luglio 2007
Fine delle trasmissioni
scritto da scn alle ore 00:36 | Permalink | commenti
rubrica:fine delle trasmissioni
domenica, 08 luglio 2007
“Le nonne per me sono bianche, sono bianche perché hanno quelle pelli bianche e perché mi vengono subito in mente quei loro lenzuoli bianchi e quei loro centrini a uncinetto che sono sempre bianchi e poi sento che hanno un anima bianca che non fa rumore ma quando le vai a trovare, dopo un po’ di tempo, ti accolgono sempre e ti riempiono di bianco; le nonne sono bianche perché si sono liberate pian piano di tutti quei colori con cui si cerca di colorare le cose e di dare dei significati; hanno tolto una a una tutte le cose che hanno capito che non sono poi così importanti e rimane solo il bianco e l’anima e si può sbiadire perché le emozioni hanno un peso diverso se c’è stata di mezzo una vita intera. Mirko e la Carla avevano delle nonne che erano molto anziane e che in questo periodo avevano cominciato a pensare in un modo un po’ nuovo, cioè erano tornate un po’ bambine, è come se avessero che quel sistema razionale e inscatolato, che ci dobbiamo dare per vivere nella società, non avesse più senso e quindi hanno cominciato ad avviarsi verso il bianco. La Bice, la nonna della Carla, non aveva più nessuna intenzione di andare ad abitare con dei mostri che assumevano sembianze animalesche e che adesso poteva vedere molto chiaramente nel soffitto di casa sua e quindi si era trasferita a casa dei genitori della Carla; l’Ilde, la nonna di Mirko, non aveva più nessuna intenzione di rimanere i casa, ma voleva girare senza meta per la città e a volte non si ricordava neanche perché sarebbe dovuta tornare a casa tanto in fretta e quindi l’Ilde era andata ad abitare con i genitori di Mirko. La Lina mi ha raccontato che un giorno in cui l’Ilde era stata ricoverata in ospedale, perché non stava bene, a un certo punto non capiva più perché lei avrebbe dovuto continuare a stare in un posto come quell’ospedale e quindi aveva preso la sua borsa e aveva pensato di uscire e gli infermieri, l’avevano cercata dappertutto e l’aveva ritrovata una signora e lei stava raccogliendo dei fiori per la strada e la signora le aveva chiesto: “signora ha bisogno?” e l’Ilde si era fatta portare dalla sua parrucchiera e la Lina a un certo punto aveva sentito squillare il telefono e lei pensava che sua madre fosse al Sant’Agostino e invece era dalla parrucchiera.”
[copyright © Marcella Menozzi, 2006]   

La prima volta che ne ho sentito parlare è stato quando un amico me l’ha consigliato. Ero un po’ scettico, lo ammetto; lo sono sempre quando mi nominano un autore al suo esordio. Poi l’ho letto; e sono rimasto folgorato. Splendido. E poetico. Di quella poesia che solo uno stile leggero e spontaneo riesce a creare.
Ho cercato di spiegarmi il motivo di tanto attaccamento a questa voce narrante e ho cercato di capire il perché fosse davvero un bel libro. Sto parlando di “Bianco”, pubblicato da Fazi nel 2006, di Marcella Menozzi, giovane autrice modenese.
I motivi sono diversi: il titolo, a nostro parere davvero azzeccato, scelto personalmente dall’autrice, ricorda costantemente il tema fondamentale che percorre l’intero libro: il bianco è infatti il non-colore, o quello che assume tutti gli altri colori, sublimandoli in sé. Un’astrazione insomma, e uno stato ideale, quello al quale si può ambire solo quando sono stati sperimentati, nel corso dell’esistenza, tutti gli altri colori che spesso rimandano a delusioni, incertezze e sofferenze.
Quelle che vengono raccontate in “Bianco” sono esistenze minime, comuni, ordinarie che cinque ragazzi della nostra provincia modenese conducono giorno per giorno affrontando le sofferenze e le speranze connesse con l’uscita dal gorgo di quell’adolescenza che  spesso è impietosa dispensatrice di inquietudine e mietitrice di disillusione. Questi cinque ragazzi non sono diversi da noi: vivono vite scandite da serate al pub, gite al mare e domeniche allo stadio. Le loro giornate sono narrate con grande onestà dall’autrice attraverso uno stile diretto e senza filtri. I pensieri e le sensazioni sono messe su carta come un getto istintivo, pulsante e liberatorio, che trasuda una sorta di necessità da parte di chi scrive di mettere nero su bianco (è proprio il caso di dirlo) la “piccola” epopea esistenziale di chi gli sta vicino e gli è caro. L’Emilia laboriosa, che non accetta e non comprende chi vuole “fare l’artista” e non si incanala in un flusso predefinito, fa da sfondo a questa storia che vuole elogiare la vita di alcune persone che, come afferma la stessa autrice, “sono così vere che questo mondo di plastica che incontrano, a volte lo sciolgono, lo bucano, lo fanno impazzire e a volte anche  esplodere”.
In fondo, tutti noi cerchiamo “il bianco” ed allo stesso tempo lo rifuggiamo. Il “bianco” è un pensiero di distacco dalle cose, dalle aspettative che ci tediano l’anima, un ritorno alla cura della propria interiorità come definitiva liberazione da quel circolo vizioso che è la ricerca ossessiva della felicità e della soddisfazione di ogni desiderio. E’ il progetto di un ideale annullamento della sofferenza.
Il tutto è narrato in una lingua inventiva, ossessiva e vicina al parlato che rende grande merito a questa giovane autrice modenese, classe ‘74, laureata in psicologia e che afferma che “quando si sublima quello che si prova o si vive, ci si trova in uno stato emotivo molto forte e l’esperienza dello scrivere autobiografico, ben diversa rispetto all’invenzione di storie costruite o di fantasia, è una vera necessità”.
scritto da scn alle ore 00:26 | Permalink | commenti (1)
rubrica:bianco, 17° puntata
sabato, 07 luglio 2007
Finalmente sono riuscito a vederli esibirsi dal vivo lo scorso settembre, a Sassuolo, nell’ambito del Festival della Filosofia organizzato dai comuni di Modena, Carpi e Sassuolo. E se già m’ero innamorato della loro musica, la loro esibizione sul palco del teatro Carani di Sassuolo mi ha estasiato e divertito.
Lei aveva un vestito nero un po’ sbarazzino, con qualche pizzo, i capelli raccolti e gli anfibi. Lui una camicia rossa ed un pantalone scuro. Indossava un paio di scarpe anonime ma per farvi capire il suo stile lo avrei visto bene scalzo, a tenere il tempo più col bacino che col piede. Le luci sul palco erano basse, l’atmosfera raccolta nonostante il teatro traboccasse di gente. Loro hanno suonato la loro musica nuda e hanno scherzato tra di loro e col pubblico, con quel loro modo garbato ed ironico di sottintendere. Fino al gran finale in cui Petra ha messo tutta se stessa nella loro bellissima versione di “Guarda che luna”, graffiante e sofferta, sostenuta dal potente afflato del contrabasso di Ferruccio. E con un’acuto finale che ha impresso il ricordo di loro nella mente di tutti.

Musica per sole corde. La "Musica Nuda" di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti
Hanno totalizzato quattro festival di Sanremo in due. Lui (classe 1970, campano), in una delle sue vite parallele, è il raffinato contrabbassista degli Avion Travel. Lei (classe 1972, toscana) è una straordinaria cantante ora jazz, ora punk, ora nuova musa dell’elettronica. Insieme hanno dato vita ad un progetto la cui aspirazione è denudare la musica fino a ridurla alla sua vera essenza emozionale, fruibile senza troppi orpelli da chiunque. Ed insieme farne la scarna cornice in cui riversare tutta il loro indomito estro. «Un genere "nudo", essenziale, spogliato da tutto quello che c'è in più, un genere minimalista che lascia la possibilità all'ascoltatore di immaginarsi quello che non c'è» dichiara la stessa Petra Magoni.
Dalle arie del '600 ai Police, da Battisti a Gloria Gaynor ai Beatles passando attraverso il pop internazionale e la tradizione popolare italiana con una spruzzata di standards americani e divertimento da vendere. Il progetto, decisamente originale, ovvero quindici cover realizzate esclusivamente con voce e contrabbasso, poteva apparire fin troppo coraggioso. "Musica Nuda", uscito nel 2004 ha superato le 15.000 copie vendute in Italia e si è classificato al terzo posto al Premio Tenco 2004, nella categoria interpreti. Il disco è poi stato pubblicato l’anno seguente anche in Francia dove sono bastati 40 minuti di diretta radio nazionale a Petra Magoni e Ferruccio Spinetti per conquistare la Francia e mandare il loro "Musica Nuda" in terza posizione nel circuito FNAC. È seguita la sua pubblicazione in Belgio, Olanda, Lussemburgo e Svizzera. Nel marzo 2006 esce il doppio "Musica Nuda 2", che porta al grande successo il duo in Italia ed all'estero, superando le vendite del cd precedente. Nell'ottobre dello stesso anno esce l'album "Banda 25" della Banda Osiris in cui Petra collabora alla canzone "La filanda" che Salva Con Nome vi ha già proposto qualche settimana fa. A cui è seguito, alla fine dell’anno, un piccolo ma bellissimo disco di musica sacra intitolato “Quam dilecta”.
Petra Magoni comincia a cantare in un coro di voci bianche e per molti anni canta in gruppi vocali di vario genere. Si perfeziona in musica antica presso il Conservatorio di Livorno e l'Istitituto Pontificio di Musica Sacra di Milano. Nel corso degli anni ha partecipato a seminari rigurdanti improvvisazioni, canto armonico, difonico ed ensemble vocale. Lavora nell'ambito della musica antica ed operistica con la compagnia del teatro Verdi di Pisa. Con il gruppo pisano Senza Freni, con il quale partecipa all'edizione 1995 di Arezzo Wave, approda al rock. Prende parte due volte al Festival di Sanremo e sotto lo pseudonimo di Artepal lavora nel mondo della dance.
Ha inciso due dischi a proprio nome ("Petra Magoni",1996 e "Mulini a vento", 1997) , uno sotto lo pseudonimo Sweet Anima, uscito nel gennaio 2000, contenente le canzoni scritte in inglese da Lucio Battisti e, come Aromatic, insieme a Giampaolo Antoni, l'album elettro-pop "Still Alive" uscito nel novembre 2004.
Un esperimento, quello di spogliare la musica per arrivare al nucleo delle emozioni, che va considerato pienamente riuscito. Dalle note dolci amare di "Eleanor Rigby" all'intensa "Roxanne" per arrivare quindi alle arie del Monteverdi ed ai classici della canzone d'autore italiana. Con "Musica nuda" ci troviamo di fronte ad una nuova arte sonora i cui confini sono dati esclusivamente dalla fantasia dell'ascoltatore.
scritto da scn alle ore 20:25 | Permalink | commenti
rubrica:17° puntata
sabato, 07 luglio 2007
Sono pochi i registi che possono vantarsi d’aver influenzato una lingua coi propri film. Certo è che, se dai lavori di un regista nasce un neologismo, un modo di dire o altro, quel regista deve avere avuto proprio un grosso impatto sul suo pubblico: insomma, ha lasciato il segno. Ad esempio, più o meno tutti saprete che il termine “paparazzo” è stato introdotto in seguito al film “La dolce vita” di Federico Fellini, dove uno dei personaggi, un fotografo d’assalto davvero inarrestabile, si chiamava appunto Paparazzo. E c’è poco da discutere: Fellini è universalmente riconosciuto come un maestro del cinema.
Prendete, invece, la parola “spam”:  per chi non lo sapesse, per “spam” s’intende tutta quella marea di messaggi indesiderati (perlopiù commerciali) che riceviamo quotidianamente, sia virtualmente via e-mail, che fisicamente nella cassetta della posta. Bene, il termine “spam” è nato da un celebre (celebre nei paesi anglosassoni, in Italia in pochi l’hanno visto) sketch di un geniale collettivo: in questo sketch, una coppia entra in un ristorante inglese durante la Seconda Guerra Mondiale e la cameriera gli sciorina un menu interminabile in cui tutti i piatti, dal primo al dessert, contengono appunto Spam (cioè quella carne in scatola che era l’unico tipo di carne disponibile in tempi di razionamenti militari), mentre un gruppo di vichinghi (con tanto di elmi con le corna) seduti in un tavolo vicino al loro iniziano ad intonare una canzone che parla solo di... Spam.
L’odiosità indigesta della parola “spam”, alla luce di questa divertente scenetta, è davvero lampante. Le menti che hanno creato questo sketch sono quelle dei Monty Python, o più semplicemente Pythons, un geniale collettivo di artisti comici inglesi. Non ditemi che non li conoscete… Non li conoscete? Allora ascoltate questo servizio.

Qual è il senso della vita? Chiedetelo ai Monty Python…
I Monty Python erano (“erano” perché si sono sciolti alla metà degli anni Ottanta, ma sono ancora tutti vivi e vegeti) formati da Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones e Michael Palin, sei artisti accomunati dalla nazionalità inglese, dall’ecletticità e dall’umorismo estremamente surreale. Tutto cominciò negli anni Sessanta, quando Palin e Jones s’incontrarono all’università di Oxford, mentre Cleese, Chapman e Idle a quella di Cambridge (Gilliam si aggiunse solo in un secondo momento). Dopo alcune esperienze nell’ambito dilettantistico universitario, esordirono con un programma radiofonico che diventò subito di culto ed arrivò a durare quasi 10 anni, intitolato “Mi spiace, lo leggo di nuovo”. Parallelamente diedero vita ad una serie di spettacoli, come “Conosciamo metodi per farvi ridere” e “La completa ed assoluta storia della Gran Bretagna”, durante i quali iniziarono ad affinare tutta una serie di personaggi che ritroveremo in tutte le loro successive produzioni, diventando autentici “tormentoni” come il vichingo che interrompeva inspiegabilmente gli sketch pronunciando la sola parola “Comunque…”. Tra i membri del collettivo iniziò a spiccare la figura di John Cleese e, cercando di lanciarlo, gli venne data l’opportunità di fare uno show televisivo tutto suo, ma lui preferì continuare a lavorare a “12 mani”: nacque, così, il “Monty Python’s Flying Cyrcus”, lo spettacolo che diede finalmente un nome al gruppo. La volontà di creare qualcosa di completamente diverso (come amavano dire loro stessi) li portò dapprima a scardinare tutti i canoni della comicità classica (esemplare al riguardo lo sketch in cui, sul più bello, il personaggio di Cleese viene interpretato da Idle e viceversa, degenerando nel caos più assoluto avendo distrutto il principio d’identità dei personaggi), poi decisero di ricorrere alle animazioni di Gilliam, visionarie e surreali, arrivando ad autentici “flussi di coscienza comici”.
Lo show era davvero qualcosa di mai visto prima: era un caleidoscopio di gag esilaranti senza nesso logico o quasi, dove accadeva davvero di tutto, perché per i Pythons ogni mezzo era lecito per far ridere il proprio pubblico. La loro comicità aveva anche una forte connotazione satirica, che guardava con grande attenzione alla realtà socio-politica inglese e, non dimenticando le loro radici universitarie, attingeva a piene mani dalla letteratura anglosassone. Il loro umorismo quindi era decisamente “british”, politicamente scorretto e colto.
Il “circo volante” ebbe un tale successo che la BBC lo trasmise per 4 stagioni consecutivamente e sull’onda di esso i Monty Python decisero di selezionare gli sketch migliori e riassemblarli per farne… film. Nel 1971 uscì il loro primo lungometraggio, che s’intitolava proprio “E… ora qualcosa di completamente diverso”, a cui seguirono “Monty Python e il Sacro Graal”, “Brian di Nazareth” e in ultimo “Il senso della vita”. I primi tre seguivano la falsariga dei loro precedenti spettacoli, risultando un po’ disomogenei ed incostanti: a tratti davvero esilaranti ne seguivano altri più fiacchi, e comunque tutto comunicava una forte sensazione di deja-vu. “Il senso della vita”, invece, tocca vette di comicità davvero uniche, a partire dal finto cortometraggio d’apertura, dalla struttura metacinematografica e dalla provocatoria interattività col pubblico; il cosiddetto flusso di coscienza, poi, non è più fine a se stesso, ma diventa uno strumento al fine della riflessione che il titolo stesso già suggerisce; gli episodi sono tutti riusciti ed ugualmente esilaranti (ricordiamo in particolare la surreale lezione di educazione sessuale, la pantagruelica cena del signor Creosoto ed il festino di un gruppo di snob che riceve la visita del Tristo Mietitore); ed infatti la critica lo acclamò come uno dei film comici più riusciti di tutti i tempi ed arrivò a vincere il Gran Premio della Giuria a Cannes nel 1983, evento più unico che raro per un film di questo genere.
Purtroppo, però, la volontà di cimentarsi individualmente col mondo dello spettacolo prevalse e da allora tutti e 6 insieme non hanno più fatto nulla. Di fatto, gli anni seguenti hanno sancito il talento comico di John Cleese (chi non lo ricorda, ad esempio, in “Un pesce di nome Wanda”?) e quello visionario di Terry Gilliam, regista di capolavori come “L’esercito delle 12 scimmie” e soprattutto “Brazil”. Ma dei Pythons non c’era più traccia e purtroppo nessuno è stato in grado di raccogliere la loro eredità: pazienza, e ora… qualcosa di completamente diverso!

scritto da scn alle ore 20:23 | Permalink | commenti
rubrica:monty python, 17° puntata
sabato, 07 luglio 2007
Nell'ultima puntata vi abbiamo proposto:
  1. The Decemberists, "Yankee bayonet (I will be home then) "
  2. The Apples In Stereo, "Sunndal song "
  3. Petra Magoni & Ferruccio Spinetti, "Eleanor Rigby "
  4. Train, "Drops of Jupiter "
  5. Bloc Party, "I still remember "
  6. Traffic, "John Barleycorn (must die) "
scritto da scn alle ore 20:21 | Permalink | commenti
rubrica:17° puntata
sabato, 07 luglio 2007
In quest'ultima puntata abbiamo parlato di:
  • Monty Python
  • Petra Magoni & Ferruccio Spinetti
  • "Bianco" di Marcella Menozzi
  • Varie ed eventuali...
scritto da scn alle ore 20:20 | Permalink | commenti
rubrica:17° puntata
sabato, 07 luglio 2007
In Italia, da sempre al centro del Mediterraneo, culla dell’Occidente e terra di invasioni e di transito, siamo da sempre aperti alle influenze degli altri paesi e degli altri popoli: questo da un lato ha contribuito a rendere unica la nostra cultura ed ancor più affascinanti le nostre città, questo è indubbio, ma dall’altro lato ha reso la nostra identità più fragile e mutevole. Cioè siamo diventati culturalmente molto dinamici ed aperti, ma le nostre radici rischiano di posare un po’ per così dire nella sabbia. Prova ne è la nostra attuale sudditanza socio-culturale a tutto ciò che è anglosassone, in particolare proprio nel campo musicale.
In Scandinavia, invece, nonostante da sempre sia la bandiera della flessibilità morale e della modernità sociale, l’attaccamento alle proprie radici ed alla propria terra è un sentimento profondamente radicato nella popolazione.
Da queste stesse radici è nato il movimento neo-folk contemporaneo, che è sì espressione di questa loro identità culturale ma che riesce anche ad esprimere sentimenti forti e trasmette quello stesso calore gioioso che sa trasmettere solo un canto, fatto più col cuore che con la gola, tra amici davanti ad un focolare. Insomma, musica di gente per la gente (d’altra parte, proprio questo significa la parola “folk”). Musica… ehm: servizio!

That’s all folk… anzi, neo-folk!
Il nostro viaggio inizia in Norvegia, la nazione dove la tradizione folk scandinava ha da sempre contaminato molte produzioni musicali (arrivando persino a fondersi al metal in band come Ulver e Mortiis), dando alla luce formazioni che riscuotono notevole consenso non solo di critica ma anche di pubblico: nel 2002 proprio un gruppo neo-folk norvegese arrivò addirittura alla vette delle classifiche (nazionali) e vinse il disco di platino, nonostante non fosse neppure distribuito al di fuori dei loro confini; erano i Gaate (da noi tuttora pressoché sconosciuti) col loro album d’esordio “Jygri”, dove proponevano un folk gotico ed acido, contaminato da elettronica e rock. Due anni dopo, i loro connazionali Kings Of Convenience ripeterono lo stesso cammino e, anzi, andarono ben oltre, riuscendo ad affermarsi con “Riot on an empty street” nel panorama musicale mondiale ed arrivando alla nomination agli MTV Music Awards, grazie al loro folk semplice e delicato, quasi in punta di piedi. Il loro cantante Erlend Oye, poi, ha dato vita ad un altro progetto musicale, i Whitest Boy Alive, che ha esordito proprio l’anno scorso con l’album “Dreams”: qui il folk si fonde con l’indie-pop e nascono una serie di brani più briosi ed energici, ma pur sempre molto “garbati”, grazie alla voce carezzevole di Oye.
Il nostro viaggio prosegue nella confinante Finlandia, dove buona parte della musica nazionale risente di influenze folkloristiche: la terra dei mille laghi ha portato alla ribalta una delle band-rivelazione del 2006, i Tenhi di “Maaaet” (rivelazione tra virgolette, perché in realtà sono alle soglie del decennio di attività, in patria), autori di un folk dark e malinconico, degno della lunga notte polare.
Rimanendo a cavallo del circolo polare artico, passiamo in Islanda, la nazione isola ed isolata per eccellenza, dove in tutta la musica riecheggia qualcosa di atavico. Prendete, ad esempio, i loro due artisti-simbolo, Bjork ed i Sigur Ros: nonostante abbiano dato vita ad avanguardie lontane anni luce da qualsiasi altra produzione musicale precedente, sono sempre presenti elementi di richiamo alla tradizione folk scandinava. A proposito di Sigur Ros, occorre ricordare che durante il loro ultimo tour sono stati accompagnati dal quartetto d’archi Amiina, quattro donne che abbinano i loro strumenti tradizionali a corde all’elettronica più moderna, che proprio un paio di mesi fa hanno inciso il loro primo album, “Kurr”. Non dimentichiamo, poi, Benni Hemm Hemm, la mini-big-band che nell'omonimo album del 2006 ci ha regalato un nuovo pop molto folk, scanzonato e pieno di brio.
La nostra tappa successiva è la Gran Bretagna, da sempre molto recettiva musicalmente; e, infatti, vi troviamo un panorama neo-folk in pieno fermento, a partire dai Current 93 (che la critica ama definire apocalyptic folk per le melodie oscure sulle quali l’inquietante voce di David Tibet declama le sue poesie) ed i Sol Invictus, entrambi tra i padri del genere avendo ormai superato il ventennio di attività. Ma anche le nuove leve non sono da meno: su tutti i Turin Brakes, divenuti celebri grazie alla pubblicità di una nota marca di jeans, che per primi hanno suonato quell’acoustic folk colto e raffinato che ha poi fatto la fortuna di altri gruppi successivi (primi tra tutti i Kings Of Convenience di cui vi abbiamo già parlato); e poi i My Latest Novel, band acclamata da molti in quest’ultimo anno, grazie al bel esordio “Wolves”, col loro folk-rock molto molto romantico (nel senso letterario del termine).
Il nostro viaggio finisce negli Stati Uniti: in verità, gli Stati Uniti meriterebbero un discorso a parte, perché da “melting pot” quali sono è difficile stabilire i confini tra ciò che è neo-folk e ciò che è world music. Prova ne è Devendra Banhart: nato in Texas e cresciuto in Venezuela da una famiglia di buskers indo-americani, è certamente tra i pionieri delle future evoluzioni del neo-folk, con la sua musica in bilico tra folk appunto, psichedelia, musica gitana, tribalismi e melodie orientaleggianti. Ed infine non dimentichiamoci di altre due grandissime interpreti della scena: Joanna Newsom (vi ricordate di lei, vero?) e Rosie Thomas, altra cantautrice poetica e delicata proprio come un fiore di cristallo.

scritto da scn alle ore 20:18 | Permalink | commenti
rubrica:16° puntata, thats all folk
sabato, 07 luglio 2007
Ad un certo punto della vita, capita a tutti di fermarsi sul posto e buttare giù un elenco degli scopi da perseguire per realizzarsi: e tutti mettiamo il solito bel lavoro, che faccia guadagnare tanto, faticare poco e sia quanto di più vicino alle proprie passioni personali; poi mettiamo la solita famiglia felice, con un bel pargolo roseo e sano che diventerà ancora meglio di noi; e finiamo con la salute, che ci auguriamo sia di ferro il più a lungo possibile. In parole povere, le solite 3 “S” della società contemporanea, adeguate al nostro “io”. Ok, ognuno di noi ci avrà aggiunto anche qualcosa di suo in questa personale classifica, e magari qualcuno non ha messo una o più di queste 3 “S”. Tutto sommato, però, non credo che le differenze sarebbero così rilevanti. C’è però un problema: la società contemporanea ci consente di realizzare in tempi ragionevoli tutti (o quasi) gli scopi materiali che ci prefiggiamo, e si arriva ad un altro punto della vita, che capita anche questo a sempre più persone, in cui ci si ferma sul posto – magari in un altro posto – e ci s’interroga sul proprio futuro, che d’un tratto sembra non riservarci più nulla.
E’ a questo punto nella vita di Richard Novack che inizia l’ultimo lavoro di Amy Michael Homes, intitolato “Questo libro ti salverà la vita”: con un titolo così e con la premessa che abbiamo fatto, vi immaginerete il solito romanzo dottrinale new-age, ma sapete bene che la new-age lascia completamente indifferente Salva Con Nome perciò non saremmo qui a consigliarvi questo libro se fosse qualcosa del genere.
La vita da salvare al centro dell’opera è quella appunto di Richard Novack, un miliardario americano che vive isolato da tutto e tutti nella sua mega-villa a Los Angeles, tra lusso e comodità, pensando solo a sé stesso. Un giorno viene colto da un malore, forse reale, forse solo psicosomatico, questo non lo sapremo mai, ma da quel momento in poi la sua vita non sarà più la stessa: inizia a conoscere persone di cui prima ignorava l’esistenza, riscopre l’importanza di altre persone che aveva perso di vista e, soprattutto, inizia ad essere coinvolto in una serie di eventi non connessi tra loro che lo trascinano in un vortice surreale e lo portano all’attenzione dei media quasi fosse un novello supereroe, tra frane, incendi e rapimenti. In realtà, questo libro è strutturato come un albero: Richard è solo il tronco, da cui poi partono un’infinità di rami e rametti, che arrivano a comporre un ritratto della società americana contemporanea variegato ed esaustivo. C’è Cecelia, una domestica devota al proprio lavoro ed al proprio datore di lavoro; c’è Anhil, un immigrato indiano che distribuisce ciambelle e pillole di saggezza in egual misura; c’è Cynthia, una casalinga frustrata con la vita a pezzi che cerca di ricostruirsene una; c’è Lusardi, uno strano medico un po’ psicologo dal misterioso passato; c’è Tad, una star del cinema che, invece, vorrebbe vivere come un normale cittadino qualunque; c’è Ben, il figlio di Richard, che incontra il padre dopo anni, mentre sta compiendo il suo primo coast-to-coast in macchina col cugino; c’è Nic, apparentemente un barbone, ma in realtà uno dei più grandi e carismatici scrittori d’America; ci sono anche un sacco di altri personaggi, nonché un cane ed un cavallo, ma non ci dilunghiamo oltre.
Lo stile della Homes è diretto, asciutto: il libro è un susseguirsi sorpreso e sorprendente di scene dalla forte connotazione visiva, quasi una sceneggiatura cinematografica a tratti (infatti si parla già di farne un film nel 2008), intramezzate a brillanti dialoghi ed a divertenti siparietti, ma, attenzione, non c’è nessuna eterogeneità, né cali di tono. Tutto è così ben strutturato che ci si divora letteralmente le sue trecento e rotte pagine.
Lo scopo di questa pirotecnica storia? Imporre al lettore di cercare scopi nella vita che vadano ben aldilà della semplice materialità, di cercarli nella sincerità e nella semplicità dei sentimenti, e di abbandonare frenesia ed individualismo a vantaggio di un bene superiore e comune. Per questo motivo, “ti” salverà la vita: anche tu che leggi sei parte dello stesso universo dove vive Richard e chissà: forse anche tu un giorno diventerai l’eroe di qualcuno! Ed ora, leggiamone l’incipit.

“Se ne sta dietro il vetro a guardare fuori. La città si stende mollemente sotto di lui, avvolta da una coltre di nebbiosa sonnolenza. Bassa pressione. Le nuvole si muovono veloci sopra le colline, sgorgano da crepe e fenditure come se fosse la geografia stessa a mandare segnali di fumo.
Sotto di lui, più in basso sulla collina, c’è una donna che nuota; i lunghi capelli scuri ondeggiano nell’acqua. Il costume è un bellissimo puntino rosso fuoco, un raro uccello esotico in una piscina di azzurro innaturale. Nuota ogni mattina, a stile libero, come un’olimpionica. Lo conforta il suo nuotare, la sua determinazione, il ritmo, la ripetitività, il fatto che lei sia sveglia quando lui è sveglio. C’è un’urgenza in ogni bracciata, come se non potesse fare a meno di nuotare. E’ la sua confidente, la sua musa, la sua sirena.
E’ dietro il vetro; di solito non è qui, non ora. Di solito si alza e sale sul tapis roulant – lui corre e lei nuota. Mentre corre, guarda scorrere l’indice dei titoli, gioca in borsa da una tastiera fissata con una cinghia al tapis roulant, scrive e intanto cammina veloce, piazza le sue scommesse, corregge le sue posizioni, lunga, corta, vede quanto può andare su o giù, cavalca un’invisibile onda elettronica.
Di solito lui, lui di solito. Oggi niente è più come prima, tutto è esattamente uguale a ieri eppure non potrà mai più esserlo.
Se ne sta dietro il vetro. I rumori meccanici della casa lo colgono alla sprovvista. Il ghiaccio si rovescia nel cestello del freezer, la macchina del caffè comincia a riempirsi d’acqua,  l’aria esce sibilando dalla ventola gonfiandogli i pantaloni. Un brivido.
“Ehilà?” urla. “C’è nessuno in casa?”
Di solito non se ne accorge. Non si accorge di niente, non sente niente, non vuole. Si sveglia, si mette le cuffie insonorizzanti, va verso il vetro, guarda la donna che nuota e sale sul tapis roulant.
E’ in un vuoto di silenzio, la vita cancellata.”

[copyright © Amy M. Homes, 2006]
scritto da scn alle ore 20:17 | Permalink | commenti
rubrica:16° puntata, questo libro ti salverà la vita
sabato, 07 luglio 2007
È difficile trovare photoblog davvero di valore. Qualcuno c’è ma va cercato col lanternino. Il problema è sempre quello, lo stesso dei blog tradizionali: ognuno è arbitro di se stesso. L’autoespressione regna sovrana, indiscusso valore postmoderno, cardine di una nuova libertà che non conosce pudori. Ma il problema, sia detto per inciso, non è nemmeno il pudore. È il senso del limite: dove per limite intendiamo il discrimine sottile tra cioè che può essere di interesse collettivo e ciò che è di mero interesse privato e per il quale fino a tutto il secolo scorso esisteva un bellissimo oggetto chiamato diario. Che poi, se quello che ci scrivevate risultava davvero interessante, veniva anche pubblicato. Ma con una piccola controindicazione: era sempre postumo.
Ad ogni modo un buon photoblog da consigliarvi Salva Con Nome, nel suo sterminato archivio, ce l’ha. L’ha aperto alla fine del 2004 un ragazzo di Tokyo di nome Jyune, il quale è fotografo solo per passione ma non dubitiamo che possa divenirlo presto anche per mestiere – ammesso che voglia buttarsi nella mischia. Il suo photoblog, ospitato dalla giapponese So-net, lo ha chiamato – vai a sapere perché – “The bitter girls”, le ragazze amare.

Il cielo sopra Tokyo: lo sguardo a mandorla delle ragazze amare
Nel tempo libero gira armato di macchine fotografiche digitali professionali. Gli piace salire sui grattacieli e guardare giù, rubare così scene di vita, scorci di città, geografie metropolitane ma anche la vita dei parchi cittadini, i luoghi del tempo libero. Altre volte alza lo sguardo e scatta un angolo di cielo, la fuga delle nuvole verso il tramonto, un volo di piccioni attraverso i cavi elettrici, un dirigibile scorto tra i grattacieli di Tokyo. Trasforma in pixel quello che lo colpisce con un occhio attento alla composizione e sensibile al colore: una ragazza scrive un sms affacciata alla finestra del cinquantesimo piano di un grattacielo, appena più in basso da dove lui spia la scena; un gatto si aggira furtivo in un giardino incolto; la sala d’attesa di un grande aeroporto è inondata di luce, i passeggeri in attesa del volo sembrano affondare in essa come in un cuscino fresco di bucato; alcuni operai, in tuta ed elmetto protettivo, discutono perfettamente disposti in cerchio.
Si chiama Jyune e alla fine del 2004 ha aperto un blog fotografico che ha chiamato “The bitter girls”, dove se conoscete gli ideogrammi potete commentare le foto e leggere i numerosi commenti altrui. Adesso ha aperto un vero e proprio sito per dare più spazio alla sua creatività, questa volta in inglese, a beneficio anche di noi europei. Ha all’attivo la copertina di un romanzo (ovviamente giapponese) e qualche piccola esposizione, oltre ad una collaborazione con uno studio di comunicazione, grafica e design di Tokyo, la città in cui vive.
E proprio la sterminata metropoli giapponese è il suo soggetto preferito. Le sue viste dall’alto ricordano vagamente la Tokyo di "Lost in translation", colta in diversi momenti del giorno dalla finestra della camera d’hotel della protagonista. Ma col tempo Jyune si è specializzato nell’uso di un particolare tipo di obiettivi fotografici definiti “tilt/shift” o più semplicemente decentrabili. La loro meccanica interna li rende indispensabili per la fotografia di architettura, in quanto eliminano le cosiddette “linee cadenti”, particolarmente fastidiose quando si ritraggono edifici di più piani. Questa però non è l’unica caratteristica di questi obiettivi. Un’altra molto sfruttata sul piano artistico – si pensi all’italiano Olivo Barbieri, fotografo di fama internazionale – è quella di modificare artificialmente la profondità di campo facendo sì che risulti a fuoco solamente una porzione molto stretta dell’inquadratura. Si tratta ovviamente di un trucco, dovuto al basculaggio delle lenti rispetto al piano della pellicola, ma il risultato è particolarmente affascinante. In particolare la sensazione che questo tipo di tecnica di ripresa dà allo spettatore è quella di una sorta di derealizzazione dell’immagine – tanto che i primi esperimenti di Barbieri furono pubblicati col titolo di “Virtual truth”, verità virtuale. Tutto quello che viene ripreso, per spiegarlo in parole povere, risulta terribilmente simile ad un plastico. Provare per credere.
Jyune applica questa tecnica di ripresa alla maggior parte dei suoi soggetti, ottenendo immagini di grande fascino. Le sue vedute di Tokyo, diurne o notturne, le architetture futuribili, il traffico di una grande metropoli, gli aeroporti, le spiagge, i parchi cittadini… ma anche piccole istantanee di vita quotidiana, o i reportage dai suoi viaggi… le immagini più belle di Jyune sembrano sospese nel tempo e nello spazio, testimonianze di una fugace epifania del reale. Che tende a scivolare, almeno nel nostro immaginario, sempre di più nel virtuale per cui può accadere che la modellizzazione del reale (si pensi ad un oggetto romantico e desueto come un plastico) sia più reale del reale.
scritto da scn alle ore 20:16 | Permalink | commenti
rubrica:16° puntata, the bitter girls